Questo è un articolo che non può essere scritto. Punto. Qualunque frase, avverbio, sostantivo od iperbole sarebbero inutili e non potrebbero minimamente descrivere la meraviglia andata in scena stanotte al Marlins Park di Miami. Servirebbe solo il silenzio, lasciare parlare le immagini, sentire il ruggito dei 35933 spettatori ad ogni giocata, i “Vamos!” ed i “Ganbare!” dei protagonisti in campo urlati con tutto il fiato in corpo. Come facciamo a spiegare con le parole a chi non lo segue il perché noi siamo così follemente innamorati di questo gioco? Come facciamo a raccontare loro la bellezza di quello che abbiamo visto stanotte, di quella meravigliosa tensione che si percepisce anche quando nulla sembra succedere? Come si può descrivere il significato che ha questo sport per il popolo che lo ama, che lo venera quasi come fosse una religione? Semplicemente non si può. Ci si può solo lasciare trascinare dalle emozioni e viverle facendosi permeare dall’atmosfera magica che si crea ogni volta che l’umpire di casa base urla il suo “Playball!” e che ci lascia malinconicamente quando usciamo dallo stadio o spegniamo il televisore.
Se non l’avete ancora fatto, vi consiglio vivamente di fermarvi nella lettura di queste righe e prima di proseguire andatevi a vedere la partita, oppure in alternativa se avete meno tempo a disposizione visionatevi almeno il video degli highlights messi a disposizione dalla MLB… durano poco più di una decina di minuti ma vi assicuro che ne vale decisamente la pena.
Questo aiuterebbe me nell’improbo tentativo di provare a raccontarvi questa semifinale che ha visto i samurai giapponesi sfidare un Messico in cerca della sua prima storica finale al Classic davanti al tutto esaurito del loanDepot Park. Mi risulterebbe altrimenti impossibile parlarvi di Roki Sasaki, dei suoi 21 anni, della sua stagione pazzesca con i Chiba Lotte Marines in NPB con un perfect game lanciato il 10 aprile contro gli Orix Buffaloes ed un altro sfiorato solo pochi giorni dopo, dei suoi 26 lanci sopra le 100 miglia orarie, dello sguardo allucinato di Randy Arozarena dopo essere stato messo K da un missile aria-aria da 102 miglia orarie. Per non parlare poi della scioltezza con la quale il ragazzino ha ripreso a lanciare come se nulla fosse dopo aver “stoppato” con lo stomaco una comebacker da 100 miglia.
Come potrei mai descrivervi la partita sontuosa lanciata da Patrick Sandoval, lanciatore messicano mancino ben meno famoso e quotato delle tantissime stelle messe in mostra in questa competizione ma che ha mostrato una “cazzimma” clamorosa silenziando il lineup più pericoloso e prolifico del Classic con 4.1 innings praticamente perfetti? Dovrei coniare termini nuovi per potervi spiegare il boato del pubblico al fuoricampo di Luis Urias che al quinto aveva portato avanti i suoi per 3-0, cercando poi di mettere insieme il concetto che Roki Sasaki l’anno scorso di fuoricampo ne aveva presi 7 in tutto ma in ben 130 riprese.
Per l’espressione di Patrick Sandoval e della “statua” Randy Arozarena dopo che quest’ultimo ha tolto un fuoricampo sicuro a Kazuma Okamoto avrei invece bisogno di fare una telefonata all’Accademia della Crusca per capire se esistono termini o epiteti in grado di poter essere inseriti in una frase comprensibile nella nostra lingua. E magari nel frattempo chiederei consiglio su come poter mettere giù una frase per illustrare il fuoco negli occhi dei nipponici dopo il fuoricampo del pareggio da 3 punti di Yoshida al settimo inning, proprio nel momento in cui sembrava che monte di lancio e difesa messicana fossero aspirapolvere in grado di eliminare ogni tentativo avversario.
Dovrei poi trovare il modo di tornare a parlarvi di Randy Arozarena, cercando di spiegarvi di quale animale da competizione egli sia, di quanto “senta il sangue” quando gioca partite come queste e di come abbia saputo riportare avanti i suoi con quel doppio a destra profondissimo portato poi a casa dall’altro doppio di Alex Verdugo. Potrei forse dilungarmi e con qualche giro di parole farvi capire quanto il singolo del 5-3 di Isaac Paredes avrebbe stordito anche un mulo, ma poi mi scontrerei contro la voglia dei giapponesi, che di vite sportive ne hanno più dei gatti, e della loro voglia di stupire e stupirsi continuando a lottare su ogni lancio, usando il bunt per portare avanti i corridori e di una volata di sacrificio per riportarsi sul -1.
Ma poi mi arrenderei completamente quando arriverei a raccontarvi del nono inning. Perché quello che è successo nel nono inning non lo si può raccontare. E non parlo del doppio da leadoff del mostro sacro Shohei Othani sul primo lancio di Giovanny Gallego e nemmeno della pazienza di Masataka Yoshida nell’aspettare i lanci guadagnando una base su ball tanto preziosa quanto pesante. Alzerei le mani ammettendo la mia impotenza e tutta la mia incompetenza linguistica nel tentare di raccontare come Monetaka Murakami, la delusione nipponica più grossa di questo Classic, che fino a quel momento aveva battuto 0/4 con 3K, che in tutto il torneo stava viaggiando sotto la Mendoza line con un irrilevante 4 su 21 e con ben 11K, si sia potuto trasformare con un unico, semplice, potentissimo swing nell’eroe di una nazione intera. Impossibile trovare parole giuste per il suo impatto perfetto che ha sbattuto la pallina sul muro dell’esterno centro, permettendo ad Ohtani e Shuto (entrato come pinch runner) di chiudere in walk-off una partita epica, leggendaria. Tempo perso sarebbe cercare termini per raccontare la gioia incontenibile di questo ragazzo ancora giovanissimo e di tutti i suoi compagni di squadra.
Per tutto questo pezzo ho cercato, senza successo, di trovare le parole adatte per illustrare questa partita. Chi invece ci è riuscito è Benji Gil, manager degli sconfitti, di quel Messico che ha visto sfumare per un nulla la qualificazione alla finale. “Japan advances, but the world of baseball won tonight”. Grazie Benji, sei riuscito a sintetizzare tutto in un’unica, semplice frase.
Il dio del baseball c’è, esiste e stanotte si è divertito un mondo.


























